Noir

Si era sempre rifiutata di arredarla quella sua casa forse troppo grande per lei, aveva giusto comprato una lampada grande, da terra, e una più piccola, in stile liberty, da mettere accanto al suo letto: un materasso poggiato su di un grande tappeto bianco dalla consistenza voluminosa e soffice. La cucina, scarna, con una credenza digiuna di piatti, un frigo giallo in stile anni ’50 e un lavandino.

Quando si era trasferita lì, in quell’appartamento, aveva deciso così; comprò quel poco di arredamento, un portatile, un buono stereo, e poi cuscini, un mare di cuscini, di ogni forma, colore, densità, grandezza. Aveva riempito la stanza principale, quella che lei chiamava “pensatoio”, di cuscini, e un tavolino in legno wengé, basso, da poterci stare in ginocchio o, come preferiva lei, a gambe incrociate.
Tra il tavolo e la finestra la lampada da terra in stile classico completamente bianca e con il cappello bombato arancio dominava la stanza dalla sua altezza come un faro.

Quella sera mi aveva invitato a cena.

Quando suonai, qualcuno mi aprì dal citofono senza rispondere. Salite le scale notai la porta socchiusa, c’era musica che filtrava dalla fessura. Aprii la porta e fui invaso da un profumo d’incenso e musiche orientali, la melodia di un sitar che suonava ininterrottamente creando il rincorrersi di echi e cambi di tonalità. Nel piccolo atrio d’ingresso, vuoto e dalle pareti di un giallo caldo pastello, a sinistra della porta, inevitabile da notare come una guardiana, c’era la scarpiera che invitava a togliersi le scarpe e mettersi a proprio agio. Lo feci, come sempre, seguendo la sua volontà taciuta. Amavo quell’ambiente, non era ricolmo di ognicosa come succede nelle altre case, eppure era caldo e accogliente, un habitat che sentivo di poter dominare, di conoscere istintivamente alla perfezione. La luce nell’atrio era poca e le lampadine delle altre stanze, compresa quella in cui mi trovavo, tutte spente. Mi avviai verso la sala dalla quale proveniva quella musica ipnotica e quella luce tremolante come di un fuoco. Sulla parete adiacente la porta venivano riflessi i giochi di luce di una candela, le luci e le ombre che si alternavano davano movimento alla stanza, come se stesse danzando anch’essa al ritmo della musica riprodotta dallo stereo. Lei era lì di spalle all’ingresso, a gambe incrociate davanti al tavolo apparecchiato. Persino la lampada-faro era spenta e il perimetro del tappeto intervallato da candele accese, alcune tozze e basse, altre più strette e lunghe col moccolo pendente sul corpo. Era elegante e sicura nel suo ambiente e lo si percepiva. Captò subito la mia presenza sulla soglia della porta, forse a causa delle fiammelle che si mossero al mio arrivo e, senza voltarsi, esordì con un: ciao, che fai?
Mi avvicinai lentamente per darle un bacio da dietro, sulla guancia. Aveva gli occhi chiusi. E non li aprì, si limitò ad accennare un sorriso monco tirando indietro la guancia destra. I suoi occhi, però, si distesero e sorrisero, colmando quella mancanza. Erano da sempre stati lo specchio della sua persona, la parte di lei alla quale non poteva sfuggire. Accarezzai sulla testa Morgana, il suo gatto nero, che nel frattempo si muoveva tra le mie gambe miagolando mestamente: il suo saluto; mi chinai per accarezzarlo con più attenzione avvicinando la mia faccia al suo naso; la luce fioca delle candele evidenziò uno dei suoi seducenti occhi felini verdi che improvvisamente sparirono nel buio della stanza.

Mi allungai al suo fianco, distendendo un lato del mio corpo sui cuscini e piegando l’altra gamba con il ginocchio all’insù; avvertii il calore che proveniva dal tappeto sotto il piede, in un istante tutta la tensione accumulata nella giornata svanì. Mi sentivo stanco. Chiusi gli occhi anch’io, spogliandomi della corazza difensiva che indossiamo ogni giorno, mi sentivo leggero e nudo; nessun bisogno di difese.

Restammo così, indipendenti, in orbite parallele e latenti per un po’ fino a quando non terminò la musica. Un tempo trascorso inavvertitamente; nella stanza non c’erano orologi. Si diresse fuori dalla scena per tornare un attimo dopo con due coppette nere e lucide ricolme di cous cous e verdure. Me ne porse una, era di plastica, ancora calda. Versai del vino rosso. Lei avvicinò il naso al grosso calice per carpirne l’odore intenso, poi sorrise abbassando gli occhi e mi chiese:
“Com’è questo bicchiere, mezzo vuoto o mezzo pieno?”
risposi come tecnicamente il bicchiere fosse sempre pieno poiché nell’altra metà c’è sempre aria!
Fece una smorfia di consenso e brindammo al suo nuovo lavoro. Sapeva essere così intensa e profonda da potersi permettere di usare le sue parole come lame taglienti se solo avesse voluto.

Mi spiegò come, essendo andata via la luce, aveva pensato di accendere le candele e creare l’atmosfera, ma io, pur con un sorriso, non le avevo creduto. Iniziammo a parlare dei nostri giorni e di quelli dei nostri conoscenti, io masticavo avidamente il cous cous con quel cucchiaino troppo piccolo per le mie tendenze e mandavo giù con un sorso di vino, lei invece, ricettiva e sensoriale, assaporava lentamente.
Le parlai di Andrea, rimasto senza lavoro a causa di quella sua passione per il Martini bianco e del sogno imprenditoriale di Paolo concepito, a suo dire, in macchina, durante una trasferta di lavoro solitaria.
Non avevo mai accettato quella routine che creiamo intorno alla nostra vita secondo la quale ci riduciamo a cercare in macchina la nostra intimità assicurando i nostri momenti di riflessione ad un viaggio; crediamo scioccamente che quello sia il momento migliore della giornata per scoprire qualcosa in più di noi, magari accompagnati dal giusto sottofondo musicale.

“E’ così bella la semplicità” rispose. “Anche se troppo spesso viene confusa con la superficialità! Per me semplicità significa andare all’essenza delle cose ed avere conferma sulla loro utilità, capire il loro vero significato, quanto esse siano necessarie e scartarle in caso contrario. Sono convinta che ridursi al minimo in realtà significa trarre il massimo da tutto, analizzando l’intimità di se stessi, di ogni cosa. E’ un atto di profonda sensibilità e interiorità.”

Era così. E quelle sue idee trovavano conferma ovunque nella sua vita.
“Cosa vuoi che ti dica? Sei una donna difficile!” Dissi scherzando.
Rise di cuore e parlammo di Giulia e del suo intervento all’anca, dopo più di un anno di visite mediche preparatorie, autotrasfusioni e cure, era riuscita a sostenere l’intervento con esito positivo e rimediare a quel difetto che sin dalla nascita le aveva condizionato così tanto l’esistenza impedendole di stare troppo tempo in piedi. Ora Giulia stava riscoprendo il piacere di fare lunghe camminate, per lei c’era sempre il sole, era dimagrita, aveva un portamento da modella. Era bella.

Fissai per un po’ la stanza semi buia.
“Eppure ci ostiniamo a chiedere: come stai? e ci ostiniamo a rispondere, tutto bene, come faceva Giulia.”

Interrogò i miei occhi prima di rispondere: “Sono le donne difficili, le dannate, quelle che hanno più amore da dare, quelle con l’anima vicino alla pelle, quelle che vedono la vita a colori e che la sera cenano a lume di candela, sempre, anche da sole, e spengono, notte e candele, esprimendo un desiderio che sia sempre lo stesso o che sia sempre diverso. Mentre noi, con i nostri sogni racchiusi dentro bolle di sapone dai riflessi colorati, restiamo fermi lì, ad osservarli scappare liberi nel cielo e andare via. Instancabilmente carichi di buone notti, proiettiamo la nostra bella vita sempre al domani, a quello che il giorno ci concederà e che noi ci accingeremo a vivere più o meno nolenti, più o meno volenti.”

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